Ricognizione critica

Ricognizione come esplorazione e identificazione.

La realtà operativa recente, come dei decenni trascorsi, basata (come di solito abbastanza
pretestuosamente) sulla ricerca e l’accertamento della presenza di una presunzione di ambiguità: di
espressione essenzialmente metalinguistica.
Da ciò una operazione tendente in primo luogo alla liberazionedi energie segniche, in particolare
nei casi in cui siano difficilmente controllabili. Come conseguenza, la realizzazione di ambiti cognitivi quali
la parvenza e la simulazione, idonei allo sviluppo di aspetti spesso incongrui ed incoerenti.

L’immagine esibita come riferimento ad una eventualità reale (il soggetto rappresentato) che può o
deve essere immagine fallace o parvenza per nascondere il vero o pretesto significante o finzione o
simulazione o miraggio o illusione. E indizio di inaspettate scoperte in territori ignoti: ovvero
immagini, segni, elementi senza storia né avvenire, ove il termine simulacro è idoneo a definire
l’evidenza di un accadimento originato pretestuosamente, anche per un tramite casuale, ovvero
parvenze, invenzioni lontane dalla realtà effettiva.
Intenzioni trasgressive della mente, in bilico sui territori del dubbio come atteggiamento
metalinguistico dei casi della natura e dell’invenzione.

Soggettivazione/oggettivazione di un formulario segnico che attinge all’irrazionale e all’inconscio,
realizzati da rappresentazioni trasfigurate adatte ad approfondire progressivamente i significati
inespressi, inclusa la pratica dello straniamento.
Il confine sottile, sfumato tra realtà e rappresentazione, tra forma e simulazione come tra
permanenza ed effimero: suggestione di sfuggente e indefinibile disagio.
Spiazzare le attese creando delle dis-connessioni. Simulacri.

Nella creazione dei segni e delle forme, spesso allegorie visive imprevedibili come inespresse: tali
non soltanto secondo l’intuizione del riguardante, ma in particolare per la sua partecipazione
fantastica: campo dell’invenzione per l’interpretazione di una realtà che può/deve essere recepita
come altra, (ma) in effetti la stessa. (Una certa analogia con il teatro, ove il pubblico accoglie una
esposizione parafrastica di una realtà che svolge la funzione di presentare “la realtà” sovrapponendo
il reale e la sua interpretazione costituendo un unicum. Da ciò l’impossibilità di disporre della
certezza di quale sia la realtà, quale la veritiera , quale la finzione: il simulacro. Dubbio inquietante
dello spettatore, non così dell’artista che sa come ogni forma di rappresentazione sia una ed unica
in quanto verità e finzione, simulazione, ecc.)

Infine chiedersi (abbastanza inutilmente) da parte dell’artista (un equilibrista su un filo sottile)
perfino se sia preferibile la realtà reale o quella manipolata. Poiché il suo mondo, che non ha nulla
di spontaneo, non è imprevisto nemmeno quando c’è enigma. Onde ci derubi della nostra buona
fede. Ovvero il soggetto, la forma, il segno sono ovviamente la rappresentazione di essi stessi.
Ancora, tuttavia: accostare elementi privi di nesso logico e ricercare immagini peraltro spesso
caratterizzate da imprevista intensità poetica.

Pier Giulio Bonifacio

Da “Ricognizione (critica) dell’autore”, agosto 2013. Riedizione del 06.09.2013.